PROPOSTE POLITICHE PER UNA RICONVERSIONE ECOLOGICA E ANTISPECISTA
Documento politico del gruppo di lavoro sull’antispecismo dell’Unione Giovani di Sinistra.
Introduzione
L’antispecismo è un movimento filosofico, politico e culturale che si fonda sull’idea della parità tra specie. Nasce alla fine del XVIII secolo come puro riconoscimento della sofferenza degli animali, per poi evolversi come filosofia di contrasto allo specismo, il quale favorisce la gerarchizzazione delle specie animali riservando un primato indiscusso all’essere umano. Con l’antispecismo si mettono in dubbio le differenze morali fra specie non umane e esseri umani, ripensando tutte le attività dell’uomo in una chiave di rispetto e cura verso le altre specie. Il punto fondamentale sul quale si sviluppa l’antispecismo è molto semplice: gli animali non umani non sono i nostri oggetti.
Lo specismo è un sistema invisibile che permea le strutture sociali e culturali, sostenendo l’idea che alcune vite siano più degne di altre. È una logica che si intreccia con altre forme di oppressione: il maschile che sottomette il femminile, l’eterosessualità che cancella l’esistenza queer, la ricchezza che si nutre della miseria, il corpo normativo che disprezza quello disabile o fuori norma, il bianco che colonizza chi biancə non è. L’umano che si innalza sulla vita non umana, dominandola e sfruttandola.
L’antispecismo si oppone allo sfruttamento, al maltrattamento, all’oppressione sistemica che miliardi di specie subiscono ogni giorno, attuando pratiche e politiche che svolgono la doppia funzione di salvarle, decostruendo una società che le vuole sfruttare. L’antispecismo è il completamento della lotta contro ogni forma di oppressione, si interseca con le altre lotte di liberazione, come quella ambientale e ne è una componente imprescindibile.
Questo documento non vuole imporsi come diktat di diete vegane o pratiche antispeciste, ma come invito alla riflessione e alla crescita collettiva. È uno stimolo a una consapevolezza più profonda rispetto alle scelte che facciamo ogni giorno, riconoscendo che ogni forma di vita ha un valore intrinseco e che la libertà, se non è di tuttə, è solo un privilegio travestito da diritto.
Antispecismo e ambientalismo
Quella che va progettata oggi è una politica in cui la definizione di lotta di classe riesca a rapportarsi alle condizioni di abitabilità del pianeta, che non possono più prescindere da uno sfruttamento non solo delle risorse, ma degli esseri viventi che lo abitano.
Da anni le lotte ambientaliste si muovono a partire dallo slogan “L’ambientalismo senza anticapitalismo è giardinaggio”: ciò significa che la lotta per l’emancipazione dell’essere umano dalla schiavitù del profitto è indissolubilmente legata a quella per la salvezza biologica. Gli allevamenti intensivi, infatti, sono tra i principali responsabili dell’inquinamento su scala globale. Nello specifico, dati ISPRA rilevano che in Italia gli allevamenti intensivi sono causa del 75% di tutte le emissioni di ammoniaca, la seconda fonte di formazione di polveri sottili nel nostro Paese e che ogni anno causano circa 50.000 morti premature, in particolare in Pianura Padana.
Le grandi quantità di azoto prodotto rappresentano inoltre un problema per l’inquinamento del suolo e dei corpi idrici, soprattutto nelle regioni ad alta densità zootecnica. Gli impatti ambientali, economici e sanitari di questi mattatoi, dove gli animali vengono ridotti a semplice manodopera da sfruttamento o mezzo di produzione da una visione brutalmente antropocentrica, non sono più sostenibili nemmeno per chi di quella visione ne fa un modus operandi quotidiano, tenendo presente che il consumo medio di carne e altre proteine animali in Italia è superiore a quello consigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e che una considerevole parte della nostra produzione è destinata all’esportazione.
La terra è l’unica entità che vive e può morire prima del suo tempo naturale, non a causa di qualche effetto esterno o diverso da noi, ma proprio a causa esclusivamente nostra. Siamo noi la specie che, proclamandosi sovrana del mondo, si sta impoverendo al punto tale da rendere il resto della propria esistenza una lotta tra potenti ricchissimi e miliardi di poveri, sfruttati, incapaci e anche animali non umani, che non scelgono da sé qual è il loro futuro.
Unificare le lotte: quella Ecologista, Anticapitalista e Antispecista aiuta a dare una visione altra al modo di abitare questo mondo, capovolgendo il sistema economico dominante e globale su cui si basa.
Una rivoluzione che può partire dai nostri comportamenti, dal modo in cui si vive e dal mondo di incidere nelle scelte di governo. Proprio per questo, una delle più importanti rivendicazioni antispeciste ed eco-agro-biologiche deve andare verso la ridefinizione degli strumenti con cui gli stessi allevamenti intensivi ed estensivi svolgono la loro continua e imperterrita attività, decostruendo la semplice logica della responsabilità individuale.
Antispecismo intersezionale
Quando si parla di intersezionalità in riferimento all’antispecismo, si intende che le diverse forme di oppressione – specismo, abilismo, sessismo, razzismo, estrattivismo – sono connesse e condividono una matrice comune. La logica di dominio che permette lo sfruttamento degli animali non umani è la stessa che giustifica altre forme di oppressione: in molti contesti di discriminazione umana, l’oppressore usa l’animalizzazione o la retorica della “mancanza di normalità” per legittimare il maltrattamento. Per questo la lotta per la liberazione animale e quella per i diritti delle persone disabili, razializzate, discriminate per genere o orientamento sessuale e per i diritti della Terra devono essere condotte insieme, per smantellare le strutture oppressive alla radice.
“Fra tutti i corpi, ce ne sono alcuni che per lungo tempo sono esistiti come privi d’anima. corpi visti come pura anatomia, carne commestibile, muscoli da lavoro, uteri riproduttivi, pelle dentro cui eiaculare. Erano e continuano ad essere i così detti “Animali”, i corpi colonizzati, schiavizzati, e razzializzati, e ancora e per altro verso erano e sono le donne, i soggetti dichiarati malati e disabili, i bambini, gli omosessuali, e quanti secondo la medicina del diciannovesimo secolo, avevano un’anima che aspirava a uscire dal corpo in cui dimorava per trasferirsi in un altro corpo, allora concepito come dell’altro sesso.” P.B.Preciado.
L’antispecismo e il transfemminismo sono due lati della stessa lotta: quella contro ogni tipo di gerarchia che sfrutta e opprime i corpi. Viviamo in un sistema che decide chi merita di avere valore (e quanto) e chi no, riducendo gli animali non umani a risorse da sfruttare e le persone umane, specialmente quelle socializzate donne o che non si conformano alle aspettative di genere, ad oggetti da controllare e manipolare.
Patriarcato e specismo si muovono con le stesse dinamiche: creano ruoli e gerarchie per giustificare la violenza. Usano il loro potere per violare corpi, cercando di dominarli e regolando la riproduzione. L’animalizzazione, e quindi “essere come un animale”, è parte integrante della pornografia del dolore che ritroviamo nelle narrazioni di violenza di genere, producendo un secondo atto di violenza nei confronti dellə sopravvissutə.
Questo bias nasce da quando fin da piccolə, veniamo educatə ad imparare i rapporti di forza, a sfruttare e colonizzare altri esseri umani e non, legittimati dalla convinzione di superiorità di classe e di specie. Abbiamo spezzato le connessioni che avevamo con le altre specie, trasformandole in rapporti unidirezionali, intrisi di violenza, che ci condannano alla solitudine.
Un approccio intersezionale inoltre richiede un’attenzione particolare all’accessibilità delle pratiche. Non si può imporre il veganismo come unica via d’accesso all’antispecismo: molte persone vivono condizioni che rendono una dieta strettamente vegana difficile o impossibile, dalle allergie gravi ai disturbi gastrointestinali, dalle disabilità metaboliche ai disturbi del comportamento alimentare, fino alle limitazioni economiche o logistiche come l’accesso limitato a cibi freschi o la vita in strutture sanitarie. Ignorare queste realtà significa riprodurre l’esclusione che vogliamo combattere.
Per questo è fondamentale valorizzare la riduzione del consumo di prodotti animali come atto antispecista significativo e accessibile, riconoscendo il valore di ogni passo. L’antispecismo deve essere accessibile a tutte le classi economiche, promuovendo alimenti base – legumi, cereali, verdure di stagione – piuttosto che costosi sostituti processati, e rifiutando la narrazione che lo associa solo a uno stile di vita trendy ed elitario.
Il linguaggio che utilizziamo è altrettanto importante: deve essere inclusivo, non colpevolizzante, comprensibile. Semplificare concetti complessi, evitare il gergo accademico, concentrarsi sull’empatia piuttosto che sull’imposizione di regole morali rigide significa rendere l’antispecismo davvero accessibile a chiunque, indipendentemente dal livello di istruzione o da difficoltà cognitive.
La lotta antispecista e transfemminista ci spinge a ripensare al nostro rapporto con tutte le forme di vita e con il nostro ambiente. Dobbiamo decostruirci per ricostruire un mondo che rispetti e protegga ogni essere vivente. Decostruirsi oggi significa riconoscere di avere un ruolo essendo natə in una società di qualsiasi tipo – in questo caso Capitalista e Specista di conseguenza violento. Questa lacerazione politica è essenziale per un risultato che salvi l’intera umanità e animali-non umani, l’intero pianeta.
Proposte politiche
Le proposte qui presentate rappresentano dei punti di partenza semplici e concreti per introdurre la lotta antispecista nel dibattito politico nazionale, ricercando l’alleanza con la classe operaia e promuovendo pratiche reali per la riduzione del nostro impatto ambientale. Più volte abbiamo convenuto che l’antispecismo e il veganismo siano attualmente per moltə inaccessibili per ragioni economiche. Il primo passo per diffondere cultura antispecista è quindi renderlo economicamente accessibile, ottenere il supporto del proletariato e scongiurare che diventi un lusso borghese.
- Omologazione dell’IVA sui prodotti vegetali agli standard alimentari
Attualmente esiste un’enorme disparità di tassazione tra prodotti animali e alternative vegetali: mentre i primi sono considerati beni essenziali e tassati con IVA al 4%, i prodotti vegetali subiscono una tassazione al 22%. Questo li rende un’alternativa non competitiva sul mercato capitalista, nonostante la filiera produttiva vegetale sia significativamente meno costosa sia in termini economici che di impatto ambientale. Proponiamo quindi l’omologazione dell’IVA sui prodotti vegetali a quella dei prodotti animali, riforma che permetterebbe un avanzamento importante nella diffusione della cultura vegana e antispecista. Interessante sarebbe anche la proposta di un abbattimento totale dell’IVA sui beni essenziali, in parallelo con la battaglia sull’abbattimento dell’IVA sui prodotti mestruali. Questa proposta è applicabile a livello nazionale attraverso modifiche alla normativa fiscale.
- Definizione giuridica del termine “allevamento intensivo”
Proponiamo una definizione giuridica che includa gli allevamenti di bovini, suini e pollame di grandi dimensioni, sottoponendoli all’obbligo di rispettare le norme e le leggi di difesa ambientale. Solo riconoscendone l’esistenza potremo condurre la massiccia impronta degli allevamenti intensivi nell’ambito del sistema europeo di scambio di emissioni (ETS). Questa proposta è applicabile a livello nazionale ed europeo attraverso modifiche legislative.
- Interruzione dei finanziamenti pubblici ai privati
L’industria degli animali da rendita riceve sussidi pubblici immensi: oggi l’80% dei fondi europei per l’agricoltura italiana finisce nelle casse del 20% delle grandi aziende agricole. In un sistema di mercato capitalista liberale puro, questo settore non sarebbe in grado di reggersi autonomamente e viene sostenuto per interessi lobbistici. Consideriamo profondamente sbagliato sostenere con fondi pubblici un settore basato sullo sfruttamento di esseri senzienti e dell’ambiente. Proponiamo lo stop immediato di finanziamenti pubblici ad attività di allevamento private, con particolare attenzione agli allevamenti intensivi ed estensivi, immaginando delle strategie di transizione agroalimentare eque e sostenibili, che non finiscano invece con l’essere dei semplici sussidi privati.
La PAC (Politica Agricola Comune) infatti, che avrebbe dovuto rappresentare uno strumento per la riconversione ecologica, è diventata invece un meccanismo di distribuzione di sussidi all’agricoltura intensiva, con due grandi criticità: aiuta gli allevamenti intensivi e favorisce chi ha già grandi risorse, penalizzando le piccole aziende agricole. Serve riformare le politiche intraprese finora su più piani di azione governativa e crearne di nuove indirizzate a pratiche agricole di vera riconversione alimentare, lavorativa e sociale.
Questa proposta si inserisce in una battaglia più ampia contro la privatizzazione dei mezzi di produzione e contro il finanziamento pubblico a privati di ogni tipologia, ed è coerente con la linea politica dell’organizzazione. È declinabile ad ogni livello amministrativo attraverso una riformulazione del sistema di tassazione e distribuzione dei fondi pubblici.
- Moratoria sui nuovi allevamenti intensivi
Proponiamo di stabilire un piano di riconversione degli allevamenti intensivi attraverso una moratoria sulla nascita di nuovi allevamenti, in particolare nelle zone che già subiscono le conseguenze di un eccessivo carico zootecnico, come molte aree della Pianura Padana. Tali proposte possono essere adeguate al fine di rispondere ad un phase out sulla transizione agroalimentare. Ogni misura di riduzione o riconversione della zootecnica deve essere accompagnata da politiche di tutela sociale per lavoratrici, lavoratori e territori oggi dipendenti da questo settore. La transizione antispecista non può tradursi in perdita di reddito o abbandono territoriale, ma deve prevedere percorsi di riconversione produttiva, formazione professionale, sostegni economici temporanei e investimenti pubblici orientati e filiere agricole sostenibili, ecologiche e socialmente utili. L’approccio phase-out non rappresenta dunque un compromesso, ma una condizione necessaria affinché la trasformazione sia equa, condivisa e politicamente praticabile.
- Meccanismi di controllo popolare
Riteniamo pertanto cruciali i meccanismi di controllo popolare dal basso per fare chiarezza sull’uso dei fondi pubblici nel settore agroalimentare e per rafforzare una mappatura costante del territorio nelle zone vulnerabili sul piano ambientale e zootecnico. Siamo favorevoli a iniziative di sensibilizzazione e protocolli di intesa con le amministrazioni comunali. Questa proposta è applicabile a livello locale e regionale attraverso strumenti di partecipazione democratica e trasparenza amministrativa.
Queste sono solo alcune delle proposte per ridefinire l’ambiente e il modo in cui abitiamo questo Pianeta, secondo parametri di giustizia sociale, ambientale e dunque antispecista, su cui d’ora in poi può far leva la nostra azione politica come Unione Giovani di Sinistra. Promuovere un antispecismo inclusivo richiede azioni concrete: educazione e sensibilizzazione che combattano stereotipi e pregiudizi, politiche di transizione agroalimentare, opportunità economiche per le persone provenienti da gruppi svantaggiati, spazi comunitari aperti che favoriscano l’incontro e l’interazione. Solo così l’antispecismo può essere davvero parte di una lotta collettiva per la liberazione di tutti i corpi oppressi e per la costruzione di un mondo più giusto per tuttə.